“Quattro stracci” di libertà

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Manifestazione anti restrizioni legate alla pandemia in Germania

Per decenni “noi occidentali” abbiamo assistito inerti a una privazione continua delle nostre libertà più profonde. Quelle che caratterizzano, definiscono e costituiscono l’essere umano. Lo abbiamo fatto in silenzio, senza una forte e chiara presa di coscienza e responsabilità. Come soldatini da improbabili avamposti, abbiamo assistito attoniti alla perdita di diritti che dovevano essere inviolabili. Eppure la violenza mascherata che ci ha privato ogni giorno di diritti e libertà non è stata quasi mai colta, è passata “sotto banco” e nessuno di noi stupidi uomini dell’occidente ha gridato allo scandalo. Invece di scegliere una direzione ostinata e contraria, ci siamo adagiati su una strada ricca di apparenti facilità, nell’illusione che esse fossero davvero l’espressione massima delle nostre libertà. Un errore imperdonabile che oggi, più che mai, paghiamo ad altissimo prezzo.

Nel corso dei decenni abbiamo perduto la libertà di avere e ottenere un lavoro adeguato, con un contratto e un compenso proporzionato al costo della vita che ci permettesse di provvedere in modo dignitoso a noi stessi e alla nostra famiglia. In compenso abbiamo ottenuto la libertà di essere licenziati, di lavorare in nero, di essere “proprietari” di una falsa partita Iva. Sfruttati e malpagati, senza mai un impeto collettivo che ci conducesse alla ribellione.

Lentamente abbiamo osservato inermi alla privazione continua di una adeguata assistenza socio-sanitaria. La condizione attuale, favorita nel venire ancora più alla luce dallo scoppio della pandemia, è in questo senso chiaramente esemplificativa. Mancanza di cure di primo livello, adeguate e accessibili a tutti, indipendentemente dalla propria provenienza sociale e dalla propria ricchezza personale. Il patto garantito dalla maggior parte delle costituzioni moderne e democratiche è saltato. I Lea, che sono i livelli essenziali di assistenza garantiti per legge e formulati dal Ministero della Salute, sono a livello regionale perennemente disattesi e soprattutto mostrano differenze sostanziali di applicazione da regione a regione, creando una disparità sociale che non ha alcuna giustificazione giuridica.

L’accesso all’istruzione non è uguale per tutti, né per quanto riguarda la qualità dell’offerta né per ciò che concerne la quantità delle soluzioni formative da poter scegliere. La scuola è sottofinanziata da “secoli” e si è troppo spesso trasformata in un parcheggio del precariato, utile forse soltanto alle rappresentanze politiche e alle marchette sindacali.

Le nostre “vite”, privacy e dati personali sono stati svenduti all’asta di internet e dei social network, senza la minima preoccupazione di preservare le nostre identità digitali, materiali e umane. I corpi attraverso migliaia di foto pubblicate e messe in piazza si sono trasformati in fonti di lucro e guadagno non previste da alcun concetto giuridico di libertà. Eppure tutti zitti e sull’attenti.

Il lavoro, la salute, la formazione e l’integrità degli esseri umani sono venute meno senza gridare quasi mai allo scandalo. Nel peggior silenzio e mutismo del secolo. Il pensiero dominante è sintetizzato in quell’amara considerazione di sempre: “Non è cosa nostra”. Un alzata di spalle, una mano sulla coscienza e l’altra sulle chiappe. Stringiamole e speriamo che anche questa volta non tocchi a noi.

É lo stesso meccanismo comportamentale che abbiamo messo in atto nel digerire, sarebbe meglio dire “vomitare”, questo virus. E mentre un’intera generazione di anziani sta morendo probabilmente come mai nella storia, soli e abbandonati a se stessi come d’altronde e colpevolmente già si trovavano prima della pandemia, ecco improvvisamente nascere in noi la ribellione, la rivoluzione fittizia, il cambiamento del nulla. Diviene così intollerabile non poter festeggiare le caldi notti estive nelle discoteche, non avere la “libertà” durante il fine settimana di appiccicarci in qualche centro commerciale che “condiziona” l’aria da sempre, non poter trascorre il Natale con i nostri miracolosamente “amati” familiari lontani, non poter saltare da una pista all’altra e da un bombardino in baita ad un altro al pub. Occorre dunque strapparsi le vesti di dosso per non obbedire a questa dittatura sanitaria che ci “obbliga” a indossare una mascherina, a distanziarsi dagli altri o peggio a inocularci un vaccino malefico.

Una manifestazione di protesta in Israele con i partecipanti distanziati tra loro (Amir Levy/Getty Images)

Eppure se solo quelle libertà inalienabili (lavoro, salute, istruzione etc.) non fossero state disattese per decenni, oggi avremmo con tutta probabilità una capacità di affrontare e contenere il virus molto più spiccata ed efficace. Un contenimento che avrebbe impedito il protrarsi di regole fastidiose che impattano, gioco forza, sulle nostre vite.

La libertà non è rappresentata soltanto dal poter fare quello che ci pare e piace, anzi. Essa ha per natura e definizione dei limiti da proteggere. Limiti che abbiamo invece calpestato per anni in nome di questa “libertà” apparente e ingannevole che ha un solo e unico nome: stupidità. Questa stupida libertà assomiglia molto a quella che Francesco Guccini racconta in “Quattro stracci”. “Ma poi chi ha detto che tu abbia ragione, coi tuoi “also sprach” di maturazione. O è un’illusione pronta per l’uso, da eterna vittima d’un sopruso. Abuso d’un mondo chiuso e fatalità. Ognuno vada dove vuole andare, ognuno invecchi come gli pare, ma non raccontare a me che cos’è la libertà. La libertà delle tue pozioni, di yoga, di erbe, psiche e omeopatia, di manuali contro le frustrazioni, le inibizioni che provavi qui a casa mia”. Il Covid-19 è riuscito lì dove avevano fallito tutti. Fu così che nell’anno 2020 del terzo millennio scoppiò la rivoluzione triste per una libertà apparente. La libertà di poter vivere a pieno e sbandierare ai quattro “stracci” la nostra eterna e mai doma stupidità.