D10 è morto e io lo sto cercando

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La copertina de L’Equipe del 26 novembre del 2020, il giorno successivo alla prematura scomparsa di Diego Armando Maradona

Ha dribblato tutti ancora una volta, nessuno gli è stato dietro, è entrato da solo con il pallone in porta e a fine partita se l’è portato a casa per sempre. Diego Armando Maradona, 30 ottobre 1960 da Lanus, cittadina a sud di Buenos Aires, se n’è andato. Dove non lo sa nessuno; lo stanno cercando, ma non lo troveranno mai. A 60 anni si può ancora correre veloce. Dio è morto e con lui il più grande calciatore “rivoluzionario” di tutti i tempi.

Fuori e dentro al campo mai un compromesso. Il “Che” tatuato sul braccio destro, il sigaro in bocca, la palla incollata ai piedi. Nato e cresciuto nella povertà, si è scoperto ricco semplicemente giocando a “football”. Ha viaggiato sul filo sottile dell’incoscienza, del genio e della sregolatezza. Un uomo che è stato spesso il peggior nemico di se stesso, che troppe volte ha fatto di tutto per farsi del male. Ma agli altri no, gli altri non si toccano, gli altri sono il sacro che era in lui. Li hai fatti gioire, impazzire per un goal, innamorarsi di giocate che ti congelano il fiato in gola e ti lasciano con la bocca aperta, nel mutismo e nell’ammirazione più totale. Ha vinto due scudetti con la maglia del Napoli e un mondiale con quella dell’Argentina. Non era mica un brasiliano con la casacca del Milan o un francese con quella della Juve. Era un argentino con il cuore napoletano. Un’autentica follia.

Nessuno c’era mai riuscito e nessuno ci riuscirà mai. Tutti zitti signori, tutti in piedi. La leggenda di Diego è interamente racchiusa nella sua umanità. Un uomo triste, un uomo solo, un uomo che quando giocava a calcio faceva innamorare tutti. La sua era una battaglia persa tra il bene e il male, tra il nord e il sud del mondo, tra gli sfruttati e gli sfruttatori. Senza distinzione alcuna, senza filtri o remore, con l’assunzione scomoda di ogni responsabilità.

Come quando il suo Napoli fece cinque pere alla Juventus dell’avvocato Agnelli. Per il pibe erano “sei”, lo disse forse esagerando al regista Kusturica, ma il risultato non cambia. 5 a 3 per il Napoli che in una quarantina di minuti è già avanti 3 a 0 con Carnevale e doppietta di Careca. É un autunno come questo allo Stadio Comunale di Torino, 20 novembre 1988, sesta di campionato e i padroni di casa sono letteralmente annichiliti dalle giocate di Maradona e compagni. Non c’è partita. É uno spettacolo, lanci, tocchi, uno due, verticalizzazioni, grande velocità. É calcio moderno. É il tiki taka di Dieguito. Il pallone gli juventini lo rivedono a fine partita. Ma quando è troppo, è troppo. E allora più volte, con grande amarezza, Maradona lo disse apertamente. Il nord ricco e potente non può perdere di fronte al sud povero e ignorante. Sono terroni, quelli. Non possono vincere.

La stessa amarezza che ha vissuto sempre con la maglia dell’Argentina. A cui ha fatto, però, vincere un mondiale. Messico e nuvole. 1986. L’Argentina batte in finale la Germania ma la partita che resta nell’immaginario di tutti sono i quarti di finale. A Città del Messico l’Argentina sfida l’Inghilterra. Qui Maradona mostra al mondo intero la sua doppia faccia. Prima segna con la manina alzata un goal rocambolesco saltando ad anticipare il portiere. Nessuno, tranne lui, si accorge della “mano de dios” ed è 1 a 0. È tutta malizia, furbizia, sfregio. Poi, però, arriva il “goal del secolo”. Maradona recupera palla prima del centrocampo, davanti alla difesa. Con una giravolta si libera di due avversari e si butta in avanti indemoniato. Scarta uno, due avversari, entra in area, salta il portiere e lo infilza. É l’altra faccia. La classe, il genio, il talento assoluto. La riconciliazione con il gioco del calcio. Applausi e ce ne andiamo. Maradona disegna un miracolo.

Ma i miracoli avvengono una volta sola. E quando quattro anni più tardi il mondiale si gioca in Italia, la Germania si prende la rivincita. Una finale brutta e bloccata viene decisa da un rigore “generoso” concesso ai tedeschi sul finale di partita. Per Diego non è solamente una beffa, ma un’autentica ingiustizia. É la sua rivoluzione, quella che ha dentro da sempre che gli fa nuovamente pensare che il Sud America non può nuovamente trionfare ai danni dei potenti capitalisti. Maradona aveva appena spedito a casa un’Italia fortissima in semifinale, segnando il rigore decisivo della serie dopo l’1 a 1 dei tempi regolamentari. Una partita surreale, al San Paolo di Napoli, nel suo stadio, di fronte a un pubblico che quella sera francamente non sapeva per chi tifare. Pagine di storia del calcio ma anche di follia collettiva. Maradona è dio sceso in terra, il papa del pallone. E quando le folle di napoletani e argentini lo acclamano per le strade, lui le attraversa accarezzando e baciando in fronte i bambini che i tifosi gli porgono. Scene che oggi assomigliano a una magia anti covid. Lui che forse poteva andare alla Juve, è finito invece con in grembo la maglia partenopea. Napoli era la sua sfida di sempre. É finito per vincerla sul campo e perderla fuori.

Maradona era così, cuore e nostalgia. Come quando a inizio carriera, nonostante il River Plate avesse offerto più soldi, Diego scelse il Boca, la squadra del corazón. Ci sono molte poche mezze misure nella biografia di Maradona. La cocaina su tutte. La dipendenza, la camorra, le donne, il sesso e le esagerazioni. “Come ho fatto a essere così coglione da perdermi tutto questo? La crescita delle mie figlie. Ero fatto, ero drogato”, ha raccontato Diego. Lui che ce l’aveva a morte con Bush e gli americani. “La coca? Accusano i colombiani e se la pippano gli americani”. Lui e l’amico Fidel a Cuba. Lui e la sua ossessione per una rivoluzione triste. Lui, la Fifa, Blatter e Havelange. Brutte storie quelle fuori del rettangolo verde. Dentro era magia.

“Quando scendevo in campo, ero come tutti voi e potevo parlare con voi”. Diego giocava ad occhi chiusi perché da bambino continuava a rincorrere il pallone con gli amici anche di notte. “È come giocare nella nebbia”. E quando le luci si accendono, comincia a giocare facile, sotto un chiaro di luna. “Io sono la mia colpa e non posso rimediare”. Chiudo gli occhi e vedo e sento il tuo riscaldamento pre semifinale di coppa Uefa contro il Bayern Monaco. 1989 e dagli altoparlanti dello stadio parte “Live Is Life” degli Opus. Tu ti metti a ballare, a battere le mani a ritmo di musica e ciondolare sull’erba con il pallone incollato al corpo. Palleggi, balli, colpisci di testa e di spalla, balli, canti e palleggi. Il pubblico impazzisce. Cose mai viste. Come quella volta ad Acerra, periferia di Napoli. Amichevole per beneficenza. Il terreno di gioco è tutto buche e fango. Ferlaino (l’allora presidente del Napoli) non ti vorrebbe in campo, teme un infortunio. Ma tu te ne freghi, fai riscaldamento in mezzo a macchine improbabili parcheggiate a caso, saltelli come un fanciullo tra le pozze e fai la cosa che ti riesce meglio al mondo. Giocare al pallone. Uno spettacolo di Diego Armando Maradona.